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Francesco Crispi è nato a Ribera il 4 ottobre
1818 e morto a Napoli il 12 agosto 1901. Fu
presidente del Consiglio dei ministri italiano nei
periodi
29 luglio
1887 -
6 febbraio
1891 e
15 dicembre
1893 -
10 marzo
1896.
Nel
1846 iniziò l'attività di avvocato a
Napoli. Il
12 gennaio
1848 allo scoppio della
rivoluzione indipendentista siciliana a
Palermo si affrettò a raggiungere l'isola e prese
parte attiva alla guida dell'insurrezione. Dopo la
restaurazione del governo borbonico, avvenuta il
15 maggio
1849, fu escluso dai benefici dell'amnistia e
costretto a rifugiarsi in
Piemonte.
Qui cercò invano di ottenere un impiego come
segretario comunale di
Verolengo e si ridusse a sbarcare il lunario
facendo il giornalista. Coinvolto nella cospirazione
mazziniana di
Milano del
6 febbraio
1853, fu espulso dal Piemonte e costretto a
rifugiarsi a
Malta, dove sposò
Rosalia Montmasson, e in seguito a
Parigi.
Nel
1858 si trovava ancora nella capitale francese e,
secondo quanto affermato da
Carlo Di Rudio nel
1908, partecipò attivamente all'attentato
dinamitardo di
Felice Orsini contro
Napoleone III. Espulso anche dalla Francia,
raggiunse
Mazzini a
Londra, dove continuò a cospirare per il riscatto
dell'Italia.
Il
15 giugno
1859 rientrò in Italia dopo aver pubblicato una
lettera in cui si opponeva all'ingrandimento del
Piemonte, autoproclamandosi fautore di uno stato
italiano unito e repubblicano. Per due volte
quell'anno percorse, in incognito, varie città
siciliane, preparando l'insurrezione del
1860.
Aderì
alla
massoneria, 33° grado del Grande Oriente d'Italia,
di cui erano membri
Agostino Depretis e
Giuseppe Zanardelli.
Tornato a
Genova, organizzò insieme a
Bertani,
Bixio,
Medici e
Garibaldi la
Spedizione dei Mille e, aggirando con uno
stratagemma le esitazioni di Garibaldi, fece in modo
che la spedizione prendesse il via il
5 maggio del
1860. Dopo gli sbarchi a
Marsala il giorno 11 e a
Salemi il 13, Garibaldi fu proclamato dittatore
della Sicilia con le parole d'ordine «Italia e
Vittorio Emanuele».
Dopo la caduta di
Palermo, Crispi fu nominato Ministro dell'Interno
e delle Finanze del governo siciliano provvisorio, ma
fu presto costretto a dimettersi a seguito dei
contrasti fra Garibaldi e gli emissari di
Cavour sulla questione dell'immediata annessione
all'Italia. Nominato segretario di Garibaldi, Crispi
ottenne le dimissioni di
Depretis, che Garibaldi aveva nominato dittatore
in sua vece, e avrebbe sicuramente continuato ad
opporsi risolutamente al Cavour a
Napoli, dove era stato nominato da Garibaldi
Ministro degli Esteri, se l'arrivo delle truppe
regolari italiane non avesse portato all'annessione
del
Regno delle due Sicilie all'Italia e poi al ritiro
di Garibaldi a
Caprera e alle dimissioni dello stesso Crispi.
Nel
1861 si candidò per la sinistra alla Camera dei
Deputati nel collegio di Palermo, ma venne battuto.
Tuttavia aveva presentato la sua candidatura, grazie a
un caro amico siciliano, il repubblicano Vincenzo
Favara, anche nel collegio di
Castelvetrano; qui Crispi, pur essendo sconosciuto
ai più, risultò vincitore grazie alla campagna
propagandistica svolta dal suo "grande elettore", che
organizzò anche una raccolta fondi per consentire al
neo-deputato, all'epoca in gravi ristrettezze
economiche, di recarsi a
Torino per l'inaugurazione del Parlamento. Nella
capitale, dove all'inizio condusse una vita grama,
incontrò
don Bosco, da cui ricevette aiuto e sostentamento.
Alla Camera Crispi acquistò la fama di essere uno dei
membri più combattivi e irruenti del partito
repubblicano. Nel
1864, tuttavia, si convertì alla fede monarchica,
pronunciando la famosa frase, in seguito ripetuta
nella sua corrispondenza con Mazzini: «La monarchia ci
unisce, la repubblica ci divide».
Nel
1866 declinò la proposta di entrare nel governo
Ricasoli e nel
1867 si adoperò per impedire l'invasione dello
Stato Pontificio ad opera dei Garibaldini, prevedendo
la conseguente reazione francese. Fu comunque lui a
salvare
Giuseppe Garibaldi, prendendolo in consegna alla
stazione di
Monterotondo e scortandolo fuori dello Stato
Pontificio prima che i francesi potessero catturarlo.
Allo scoppio della
guerra franco-prussiana del
1870 si adoperò energicamente per impedire la
progettata alleanza dell'Italia con la
Francia e per trasferire a
Roma il governo
Lanza. Dopo l'avvento al potere della Sinistra nel
novembre 1876 fu eletto Presidente della Camera.
Nell'autunno del
1877 si recò a
Londra,
Parigi e
Berlino per una missione di carattere riservato,
avendo così occasione di stabilire cordiali relazioni
personali con
Otto von Bismarck.
Per nove anni la carriera politica di Crispi ebbe
un periodo di stasi, ma nel
1887 ritornò in carica come Ministro degli Interni
nel governo di
Agostino Depretis, succedendogli come primo
ministro lo stesso anno, a causa della morte del
vecchio "camaleonte" della politica, già da tempo
facile obiettivo delle critiche dell'opposizione per
la disfatta coloniale a
Dogali e logorato anche nella salute. Nel 1888
Crispi istituì, sul modello tedesco, la Segreteria
della Presidenza del Consiglio dei Ministri, ponendovi
a capo il magistrato sorrentino
Francesco Saverio Gargiulo. Nel 1889 approvò il
nuovo codice penale di
Giuseppe Zanardelli, che introduceva importanti
novità in senso progressista, come la libertà di
associazione e di sciopero per la prima volta in
Europa e l'abolizione della
pena di morte. In campo economico, adottò una
politica protezionistica, imponendo dazi doganali sui
prodotti commerciali. Sviluppò anche l'apparato
industriale soprattutto nella metallurgia e
siderurgia, le quali infrastrutture erano
completamente assenti.
Nel
1891 Crispi dovette lasciare il governo a
di Rudinì. Alla caduta del successivo governo
Giolitti, causata dallo
scandalo della Banca Romana, Crispi ridivenne
primo ministro. In questa occasione il suo governo
assunse un carattere sempre più conservatore e
autoritario (e per questo fu celebrato dal
regime fascista come il proprio precursore),
reprimendo con severità i disordini operai, fra cui i
Fasci siciliani, e sciogliendo nel 1894 il
Partito Socialista. In campo economico, adottò una
politica molto protezionistica, imponendo dazi
doganali. Diede impulso anche all'apparato
industriale, sostenendo la metallurgia e la
siderurgia, industrie pesanti che al tempo erano
completamente assenti in Italia.
Ebbe in questo periodo come suo segretario
personale, lo scrittore scapigliato e diplomatico
milanese
Carlo Dossi.
Una delle sue prime iniziative da capo del governo
fu quella di recarsi in visita presso Bismarck, che
desiderava consultare riguardo il funzionamento della
Triplice Alleanza. Basando la propria politica
estera su tale alleanza, integrata dal trattato navale
con la
Gran Bretagna (il cosiddetto naval entente).
In politica interna Crispi completò l'adozione dei
codici sanitario e commerciale e riformò
l'amministrazione della giustizia.
La disfatta di
Adua, nel
1896, provocò la definitiva crisi del suo governo
e la sua uscita dalla scena politica. Crispi fece
un'ultima apparizione pubblica a
Roma quattro anni più tardi, per assistere
defilato ai funerali del re
Umberto I, il sovrano amico che aveva condiviso il
suo ideale di 'politica di potenza' per l'Italia
unita. Morì a Napoli il
12 agosto
1901.
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