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La Valle dei Templi

 

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La Valle dei Templi è un sito archeologico risalente al periodo della Magna Grecia, ubicato ad Agrigento, in Sicilia. Dal 1997 è stata inserita nella lista dei luoghi Patrimonio mondiale dell'umanità, redatta dall' UNESCO. È considerata un'ambita meta turistica, oltre alla più elevata fonte di turismo per l'intera città di Agrigento e una delle principali di tutta la Sicilia. Il parco della Valle dei Templi è considerato il parco archeologico più grande del mondo (ca. 1300 ettari). Il parco archeologico e paesaggistico nel 2008 è stato visitato da 616.503 persone.

La Valle dei Templi è caratterizzata dai resti di ben dieci templi in ordine dorico, tre santuari, una grande concentrazione di necropoli (Montelusa; Mosè; Pezzino; necropoli romana e tomba di Terone; Paleocristiana; Acrosoli); Opere idrauliche (giardino della Kolymbethra e gli Ipogei); fortificazioni e parte di un quertiere ellenistico romano costruito su pianta greca. Le denominazioni dei templi e le relative identificazioni, tranne quella dell'Olympeion, si presumono essere pure speculazioni umanistiche, che sono però rimaste nell'uso comune.

  • Tempio di Hera Lacinia, dedicato all'omonima dea greca, fu costruito nel V secolo a.C. e incendiato nel 406 dai cartaginesi. Era il tempio in cui di solito si celebravano le nozze.

  • Tempio della Concordia, il cui nome deriva da un'iscrizione latina ritrovata nelle vicinanze dello stesso tempio, costruito anch'esso nel V secolo. Attualmente è con ogni probabilità quello meglio conservato. Fu trasformato in tempio sacro nel VI secolo d.C.

  • Tempio di Eracle, il più antico, era dedicato alla venerazione del dio Eracle (o Ercole), uno dei più rispettati dagli abitanti dell'antica Akragas. Distrutto da un terremoto, è oggi formato da appena otto colonne.

  • Tempio di Zeus Olimpio, edificato dopo la vittoria di Himera sui Cartaginesi (480-479) per onorare l'omonimo dio. Era il tempio più grande di tutto l'occidente antico e unico nell'architettura del suo genere. Era caratterizzato dalla presenza dei Telamoni, immense sculture alte sette metri e mezzo, raffigurazioni di Atlante che sorregge la volta celeste.

  • Tempio attribuito ai Dioscuri (Castore e Polluce) Figli di Leda e Zeus. In realtà il tempio sorge all'interno del santuario delle divinità ctonie ed è quindi probabile che sia stato edificato in onore delle divinità della terra (Demetra, Persefone, Dioniso).

  • Tempio di Efesto.

  • Tempio di Atena. Costruito lontano dalla valle vera e propria. Si trova nel centro storico della città di Agrigento. Sulla base del tempio sorge oggi la chiesa medievale di Santa Maria dei Greci.

  • Tempio di Aclepio, costruito lontano dalle mura delle città, era luogo di pellegrinaggio dei malati in ricerca di guarigione.

  • Tempio di Demetra e Santuario rupestre di Demetra. Il tempio sorge nella parte orientale della città, sul fianco del pendio con cui si conclude la Rupe Atenea nella valle del fiume Akragas. Dal terrazzo del tempio di Demetra, attraverso una scalinata incavata nella roccia, si giunge al sottostante santuario completamente scavato all'interno della collina.

  • Tempio di Iside. Si trova all'interno del complesso museale di San Nicola.

La valle dei Templi inoltre ospita la cosiddetta tomba di Terone, un monumento di tufo di notevoli dimensioni a forma di piramide, che si pensa eretto per ricordare i caduti della Seconda guerra punica.

Edificato su di uno sperone del rialzo in gran parte costruito artificialmente, è un tempio dorico del 450 a.C. circa (m 38,15x16,90), periptero di 6x13 colonne, con pronao e opistodomo in antis, scale per l'ispezione del tetto e krepidoma (basamento della colonna) di quattro gradini. Se ne conservano (con anastilosi proseguite dal Settecento ad oggi) il colonnato settentrionale con l'epistilio e parte del fregio, e solo in parte gli altri tre, con pochi elementi della cella. L'edificio, recante i segni dell'incendio del 406 a.C., è stato restaurato in età romana, con la sostituzione delle tegole fittili con quelle marmoree e con l'aggiunta del piano inclinato alla fronte orientale. Davanti a quest'ultimo lato ci sono notevoli resti dell'altare.

Percorrendo la strada verso ovest, si possono vedere gli arcosoli scavati nella roccia all'interno delle mura, attribuiti con altri ipogei circostanti ad età bizantina, che appartengono alla vasta area cimiteriale collegata con la chiesa dei Santi Pietro e Paolo realizzata sul finire del VI secolo dal vescovo Gregorio all'interno del tempio della Concordia.

 

Il Tempio della Concordia

Questo tempio, costruito come quello di Hera su di un massiccio basamento destinato a superare i dislivelli del terreno roccioso, per lo stato di conservazione è considerato uno degli edifici sacri d'epoca classica più notevoli del mondo greco (440 a.C.-430 a.C.).

Su di un krepidoma di quattro gradini (m 39,44x16,91) si erge la conservatissima peristasi di 6x13 colonne, caratterizzate da venti scanalature e armoniosa entasi (curvatura della sezione verticale), sormontata da epistilio, fregio di triglifi e metope e cornice a mutuli; conservati sono anche in maniera integrale i timpani. Alla cella, preceduta da pronao in antis (come l'opistodomo) si accede attraverso un gradino; ben conservati sono i piloni con le scale d'accesso al tetto e, sulla sommità delle pareti della cella e nei blocchi della trabeazione della peristasi, gli incassi per la travatura lignea di copertura. L'esterno e l'interno del tempio erano rivestiti di stucco con la necessaria policromia.

La sima mostrava gronde con protomi leonine e la copertura prevedeva tegole marmoree. La trasformazione in chiesa cristiana comportò anzitutto un rovesciamento dell'orientamento antico, per cui si abbatté il muro di fondo della cella, si chiusero gli intercolunni e si praticarono dodici aperture arcuate nelle pareti della cella, così da costituire le tre navate canoniche, le due laterali nella peristasi e quella centrale coincidente con la cella. Distrutto poi l'altare d'epoca classica e sistemate negli angoli a est le sacrestie, l'edificio divenne organismo basilicale virtualmente perfetto. Le fosse scavate all'interno e all'esterno della chiesa si riferiscono a sepolture alto-medievali, secondo la consuetudine collocate in stretto rapporto con la basilica.

 

Tempio di Asclepio

Il tempio di Esculapio è posto al centro della piana di San Gregorio. Si è propensi a ritenere l'identificazione tradizionale come probabile sulla scorta della descrizione di Polibio (I 18, 2), secondo il quale tale tempio doveva trovarsi “davanti alla città”, alla distanza di un miglio, dalla parte verosimilmente opposta alla strada per Eraclea. Tutta la distanza non corrisponde, però, bene all'indicazione polibiana (che potrebbe tuttavia avere carattere generico) e, soprattutto, l'isolamento e la relativa modestia ed antichità (per il culto d' Asclepio) dell'edificio lasciano perplessi sull'identificazione. Nel santuario di Asclepio si conservava una statua bronzea d'Apollo opera di Mirone, donata da Scipione alla città e rubata da Verre (Cicerone, Verrine, II 4, 93). Il piccolo tempio dorico in antis (m 21,7x10,7) sorge su krepidoma di tre gradini e basamento a vespaio più ampio del krepidoma stesso. Particolarità insolita dell'edificio è il falso opistodomo rappresentato da due semicolonne fra ante nella parte esterna del fondo della cella, che vuole così imitare una struttura amfiprostila. Sono note anche parti della trabeazione, con gronde a testa leonina, fregio e geison frontonale. La data del tempio va forse posta all'ultimo ventennio del V secolo a.C.

 

Tempio di Eracle

Ritornati sul ciglio della Collina dei Templi, sullo sprone roccioso orientale della Porta Aurea, dopo un sacello arcaico, detto di Villa Aurea (m 31,55x10,55), originariamente decorato con belle decorazioni architettoniche, è posto il tempio di Ercole, attribuzione anche questa umanistica, basata sulla menzione ciceroniana (Verrine, II 4,94) di un tempio dedicato all'eroe non longe a foro: che l'agorà di Akragas sorgesse in questo posto è però – come si è visto – tutt'altro che dimostrato.

La cronologia tradizionale del tempio (ultimi anni del VI secolo), basata sui caratteri stilistici e soprattutto su proporzioni, numero delle colonne, profilo della colonna e del capitello, appare pienamente giustificata, ma non è improbabile che questo tempio sia il primo riconducibile all'attività teroniana, poiché rappresenta un'innovazione rispetto alla prassi architettonica del VI secolo a.C. Anche la trabeazione costituisce un problema, poiché conosciamo due tipi di sime laterali con gronda a testa leonina, una prima – meno conservata dell'altra – databile al 470-60 a.C. e una seconda della metà circa del V secolo a.C.: la soluzione più logica sembra essere che la prima gronda sia quell'originaria, e la seconda una sostituzione di pochi decenni più tarda (per motivi a noi sconosciuti), e che dunque il tempio si dati, nella sua fondazione, agli anni anteriori alla battaglia di Himera; il completamento sarebbe da collocare un decennio dopo, o poco più. Non bisogna dimenticare che, malgrado il carattere topico dell'aneddoto, la versione fornitaci da Polieno (Stratagemmi, VI 51) circa la presa del potere da parte di Terone è strettamente collegata all'attività edilizia per la costruzione di un tempio di Atena voluto dalla città, che può ben essere un nuovo Athenaion sull'acropoli, ma anche un secondo santuario della grande dea poliade agrigentina nella città bassa. L'edificio, con visibili restauri d'età romana e la cui anastilosi risale a circa sessant'anni or sono, sorge sopra un krepidoma di tre gradini posto su di una sostruzione per i lati nord e ovest, ed è di proporzioni allungate (m 67x25,34), con una peristasi di 6x15 colonne doriche e lunga cella munita di pronao ed opistodomo in antis.

Vi si riconosce anche il primo esempio – poi canonico nei templi agrigentini – dei piloni tra pronao e cella con scalette interne per l'ispezione del tetto. Le colonne, molto alte, sono munite di capitelli assai espansi, con profonda gola tra fusto ed echino, tratti questi che denotano, con l'allungamento della cella e l'ampia spaziatura dei colonnati rispetto alla cella, il relativo arcaismo dell'edificio, che è comunque separato da almeno un trentennio dagli altri templi peripteri dorici agrigentini. Sulla fronte orientale sono i resti del grande altare del tempio.

 

Tempio di Zeus Olimpio

Il complesso dell' Olympeion s'incentra sul colossale edificio sacro, descritto in termini entusiastici da Diodoro (XIII 81, 1-4) e ricordato da Polibio (IX 27, 9). Oggi il tempio è ridotto da un campo di rovine dalle distruzioni iniziate già nell'antichità e proseguite fino ad epoca moderna, quando l'edificio venne usato (ancora nel secolo XVIII) come cava di pietra per la realizzazione dei moli di Porto Empedocle. L'aspetto complessivo del tempio è nelle grandi linee noto, ma sussistono ancora molte controversie su particolari importanti della ricostruzione dell'alzato, cui è dedicata un'intera sala del Museo Nazionale. Il tempio misurava m 112,70x56,30 allo stilobate. Su di un poderoso basamento, sormontato da un krepidoma di cinque gradini, si collocava il recinto, con sette semicolonne doriche sui lati corti e quattordici sui lati lunghi, collegate fra loro da un muro continuo e alle quali, all'interno, facevano riscontro altrettanti pilastri. Negl'intercolunni di questa pseudo-peristasi, a metà altezza circa del muro e – sembra – su di una sorta di piedistallo costituito da una cornice continua, posavano dei telamoni alti ben 7,65 metri, che, con le gambe divaricate e le braccia ripiegate dietro la testa, dividevano con le colonne il peso degli architravi della pesudo-peristasi. Dubbi sussistono sulla presenza di finestre, intervallate fra i telamoni e le semicolonne, che si pensa dessero luce all'interno della pesudo-peristasi, tra questa e la cella, se il tempio (che nella parte della cella era certamente ipetrale, ossia scoperto) si presentava invece coperto almeno nello spazio degli pteròmata. La cella era costituita da un muro collegante una serie di dodici pilastri per ciascuno dei lati lunghi, di cui quelli angolari delimitavano gli spazi del pronao e dell'opistodomo, mentre l'ingresso della pseudo-peristasi alla cella stessa era assicurato mediante porte, di numero e di localizzazione incerta, aperte nel muro continuo della pseudo-peristasi. La gigantesca costruzione era interamente realizzata a piccoli blocchi, comprese le colonne, i capitelli, i telamoni e gli architravi, ciò che lascia molte incertezze sull'effettivo sviluppo dell'alzato: per citare alcuni dati certi, oltre alla già ricordata altezza dei telamoni (m 7,65), la trabeazione era alta m 7,48 e il diametro delle colonne era di m 4,30, con scanalature nelle quali – come afferma Diodoro – poteva entrare comodamente un uomo, mentre le colonne dovevano sviluppare un'altezza calcolata tra i 14,50 e i 19,20 m; la superficie copriva un'area di 6340 m2. La descrizione di Diodoro parla di scene della gigantomachia ad est e della guerra di Troia ad ovest. Si è discusso se egli parli di decorazione frontonale o di semplici metope (a Selinunte – ricordiamo – solo le metope del pronao e dell'opistodomo sono decorate), ma la scoperta recente di un attacco tra un torso di guerriero ed una bellissima testa elmata di pieno stile severo (al Museo Nazionale), conferma che il tempio aveva una decorazione marmorea a tutto tondo più compatibile con cavi frontonali che con spazi metopali, di cui si è sempre, in età classica ed ellenistica, avvertita l'originaria funzione di spazio da chiudere, eventualmente dipinto (e la decorazione a rilievo è appunto sostitutiva di quella dipinta).

L'Olympeion – afferma Diodoro – rimase incompiuto per la conquista cartaginese: sempre secondo Diodoro, esso era privo di tetto per le continue distruzioni subite dalla città. Di esso restano visibili l'angolo sud-est, due tratti settentrionali della pseudo-peristasi, i piloni del pronao, dell'opistodomo e metà circa del lato nord della cella. Intorno ai resti del basamento si conservano, talora in posizione di caduta, alcune parti dell'alzato, nonché la ricostruzione di un capitello e di un telamone (in calco; l'originale al Museo). Davanti alla fronte orientale è visibile il basamento a pilastri dell'altare, non meno colossale del tempio (m 54,50x17,50). Presso l'angolo sud-est del tempio si conserva un piccolo edificio (m 12,45x5,90) a due navate con profondo pronao, doppia porta d'accesso ed altare (?) antistante, un sacello piuttosto che un thesauros, di cronologia controversa, secondo alcuni d'età ellenistica, ma molto probabilmente arcaico, viste le numerose terrecotte architettoniche di VI secolo a.C., rinvenute nella zona durante gli scavi del Gabrici del 1925.

A sud-ovest di questo sacello, lungo la linea delle mura, sono i resti di una stoà del IV secolo a.C., con una vasca intonacata all'estremità orientale e cisterne sulla fronte e alle spalle, da dove proviene materiale votivo d'età timoleontea, mentre resti di un precedente edificio (cui sembrano da riferirsi le cisterne) sono visibili attorno alla cisterna più vicina alle mura.

 

Tempio L

Ad ovest del piazzale lastricato, vicino al Santuario delle divinità Ctonie, e come questo di recentissimo scavo (ancora sostanzialmente inedito), troviamo un sacello arcaico, sostituito in età classica da un altro edificio sacri di pianta insolitamente complessa. Subito dopo s'incontrano i tagli nella roccia per le fondazioni di un tempio (tempio L), con resti all'intorno dell'alzato (colonne e trabeazione) e, sulla fronte orientale, del grande altare rettangolare. Si tratta di un tempio completamente distrutto, della metà del V secolo a.C. (altri ritengono l'edificio ellenistico), di m 41,80x20,20 allo stilobate (i tagli nella roccia misurano m 44,30x21,20), cui nel III secolo a.C. sarebbe stata sovrapposta una barocca trabeazione ellenistica.

 

Tempio dei Dioscuri

Pochi metri a nord, un'altra complessa serie di tagli nella roccia e di fondazione costituisce un terzo capitolo della difficile storia dell'area sacra. A nord, subito dopo il tempio L, è la pittoresca rovina ricostruita nella prima metà dell'Ottocento con pezzi di varia epoca rivenuti nella zona e battezzata “tempio dei Dioscuri”. La rovina insiste sull'angolo nord-ovest di un edificio templare misurante m 31x13,39 allo stilobate (i tagli nella roccia misurano m 38,69x16,62), che è ricostruibile come un periptero dorico di 6x13 colonne, della metà circa del V secolo a.C. Il tempio doveva presentare il canonico insieme di cella terminata da pronao ed opistodomo in antis (visibili pochi resti del vespaio delle fondazioni, e i tagli nella roccia); i resti del geison con ricca ornamentazione scolpita messi in opera nella rovina non appartenevano originariamente al tempio. Questo pseudo tempio è comunemente utilizzato a fini turistici e riprodotto in souvenir.

 

Tempio di Efesto (Vulcano)

Sull'altro lato della valle è l'ultimo sprone ad ovest della Collina dei Templi, dominata dai resti del tempio di Vulcano. L'edificio dorico del V secolo a.C. è preceduto da un sacello arcaico racchiuso dalla cella del tempio classico. Si tratta di un edificio con cella e pronao (m 13,25x6,50), di cui è stata di recente ricostruita la decorazione architettonica, con lastre a cassetta laterale e frontonale e una sima laterale con doccioni a tubo, databile al 560-550 a.C. L'edificio dorico sovrapposto a questo sacello mediante profondi intagli a tre gradini nella roccia è assai mal conservato, tranne che nelle fondazioni e in poche parti dell'alzato (m 43x20,85): era un periptero dorico su krepidoma di quattro gradini, di 6x13 colonne munite di una rudentatura d'evidente influsso ionico, databile intorno al 430 a.C.

Sul lato occidentale della città si conservano i resti delle Porte VI e VII, la prima probabilmente con porta e controporta al centro di una valletta attraversata da una strada diretta forse ad Eraclea, la seconda guarnita da due torri e, a valle, da due poderosi baluardi esterni, il primo dei quali è spesso oltre quindici metri, un sistema di difesa avanzata noto anche altrove nel mondo greco, e in Sicilia a Camarina. Più a nord sono i resti delle Porte VIII e IX, travolti dall'incivile speculazione edilizia, iniziata già nel dopoguerra e proceduta sistematicamente sulla pendici della Rupe Atenea, malgrado il tragico crollo di pochi anni or sono, che sollevò le proteste dell'opinione pubblica nazionale ed internazionale.

 

Necropoli e tombe

All'estremità ovest dell'area su cui sorge il Tempio della Concordia, nel giardino di Villa Aurea si trova una parte della necropoli tardo-antica ed alto-medievale, in parte ricavata in antiche cisterne, di cui sono ancora conservati numerosi altri esempi. Notevoli due ipogei, uno ad ovest dell'ingresso, con le pareti munite d'arcosoli e il pavimento di fosse sepolcrali, ed un altro presso l'angolo sud-est della casa del custode, con un ambiente illuminato da un pozzo di luce nel soffitto e due cripte sottostanti.

 

Grotte Fragapane

Altre tombe a fossa sono visibili sulla via dei Templi, con strada centrale che conduce alle cosiddette grotte Fragapane, uno dei più notevoli esempi catacombali della Sicilia, databili come impianto al IV secolo d.C. Un lungo braccio orientato perfettamente nord-sud collega la necropoli sub divo (all'aperto) all'ipogeo, con una successione di due rotonde con oculi nel soffitto. Sul corridoio e sulle rotonde si aprono loculi e cubicoli sepolcrali, mentre altri ambulacri conducono a settori laterali più o meno regolari, e ad altre due rotonde ad ovest, con sepolture in loculi, fosse, arcosoli e sarcofagi.

Queste necropoli tardo-antiche e bizantine sono la naturale estensione di una vastissima necropoli ellenistico-romana, detta Giambertoni, che svolge in questo caso extra muros, con sepolture modeste in fosse o in sarcofagi, ma anche con tombe monumentali.

 

Tomba di Terone

Una di queste tombe monumentali, un heròon ellenistico prostilo tetrastilo su podio, è stato recentemente scavato, mentre il monumento più noto è la tomba di Terone. Si tratta di un sepolcro a naiskos (con probabile coronamento cuspidato) su alto podio a pianta quadrata, sormontato dal naiskos vero e proprio a parete piena e finte porte centrali, con colonne ioniche e trabeazione dorica, di un modello ben noto nell'Oriente ellenistico e poi diffuso attraverso la cultura ellenistica italica anche nelle province occidentali, tra tarda repubblica e primo impero.

Per visitare questo sepolcro da vicino, basta attraversare la Porta IV (detta Aurea) che, pur conservata solo nei tagli della roccia, doveva essere una delle più importanti della città, poiché la collegava col mare e con Emporion: perciò qui si collocano più fitti i sepolcri ellenistici e romani e, fra questi, anche gli esempi più monumentali.

 

Isolati d'abitazione e santuari

Subito ad ovest dell'"Olympeion", lungo stenopoì nord-sud di 5 metri di larghezza, si trovano due isolati d'abitazione di m 38 di larghezza, delimitati a nord dalla grande plateia est-ovest, raccordata con un piazzale all'uscita della Porta V, e a sud-est dalla linea delle mura. Gl'isolati, che mostrano cospicue tracce dell'originaria bipartizione nel senso della lunghezza, datano alla fine del VI inizi del V secolo a.C., e si sono – sembra – in parte sovrapposti a spazi originariamente pertinenti all'area sacra dell'"Olympeion" ad est e nell'area sacra presso la Porta V ad ovest, come dimostrerebbero edifici sacri del VI secolo a.C.

Oltre questa coppia d'isolati si situa un santuario che domina l'accesso alla città dalla Porta V: un grande portico a L dell'iniziale V secolo a.C. ne delimita i lati nord ed est, mentre quelli sud e ovest sono racchiusi dalla rientranza delle mura conclusa dai battenti della Porta V. All'interno dell'area sono due templi arcaici affiancati (metà VI secolo a.C.), orientati nord-sud: il primo dei due templi è conservato solo nei tagli della roccia (m 22,50x10,30), il secondo è un piccolo sacello tripartito vissuto fino all'età timoleontea. Un altro edificio del V secolo s. C., identificato come lesche, si situa a nord del complesso, mentre una grande tholos del IV secolo a.C. ha infine tagliato il portico a L verso l'estremità meridionale.

 

Santuario delle divinità ctonie

Varcata la plateia al suo sbocco nella Porta V, sul lato nord si colloca un grande piazzale lastricato che dà accesso, verso ovest, al Santuario delle divinità ctonie. Purtroppo gli scavi di rapina, le fantasiose ricostruzioni ottocentesche e le radicali esplorazioni del Marconi ci fanno sfuggire un'occasione importante per comprendere il significato del complesso, che occupa nella storia dei culti agrigentini una posizione di straordinario rilievo.

 

Il Museo

Al centro della Valle dei Templi, nella zona ad ovest della chiesa di San Nicola (oggi Museo Nazionale), si ergono i resti dell'ekklesiastérion e del cosiddetto Oratorio di Falaride.

I lavori per la costruzione del museo hanno messo in luce un interessantissimo complesso di carattere pubblico. Nella parte nord, non più visibile perché barbaramente sepolto dall'edificio del museo, era un santuario di Demetra e Kore del VI-V secolo a.C., da collegare con ogni probabilità, come presidio sacro, con le attività pubbliche svolte immediatamente in basso a sud: dal santuario provengono i consueti ex-voto fittili e ceramici.

A sud si estendono, per un'area di tre quarti di cerchio, i resti dell'Ekklesiastérion, di una tipologia già nota in età arcaica (VI secolo a.C.) a Metaponto. Si tratta di una cavea circolare dal profilo dolcissimo in cui sono conservate o ricostruibili una ventina di file concentriche di sedili, al fondo della quale – a copertura di un éuripo (canaletta) per il drenaggio – un anello di conci delimita lo spazio centrale a forma d'orchestra, intagliato nella roccia e completato a sud con blocchi; tre cunette scavate nella roccia della cavea a nord, nord-est ed est incanalavano infine le acque piovane provenienti dalla zona di maggior pendenza. I cittadini assistevano ai dibattiti dell'assemblea dalla cavea, mentre l'orchestra era destinata agli oratori. La cronologia è incerta: si vuole che si tratti di un monumento dell'età di Finzia, della cui tirannide si conoscono i tratti demagogici, ma una data coincidente con la rifondazione timoleontea sembra più verosimile, anche se cronologie più alte – ora che sappiamo della datazione arcaica dell'ekklesiastérion di Metaponto – non sono impossibili.

 

Oratorio di Falaride

In età romana (si ritiene comunemente nel I secolo a.C., ma la data del II secolo a.C. appare storicamente più coerente) la cavea venne riempita e fu costruito il cosiddetto Oratorio di Falaride, in realtà un tempietto di tipo romano su alto podio con altare sulla fronte orientale. Il tempietto sorge su un podio sagomato alto m 1,57, lungo m 12,40 e largo 8,85: si trattava di un edificio ionico prostilo tetrastilo (m 10,90x7,40) con trabeazione dorica, interamente coperto di stucco dipinto, di cui restano cospicue tracce. In asse col tempio, ma significativamente anche sul diametro centrale del precedente ekklesiastérion e sull'asse della cunetta settentrionale di questo si colloca l'altare del sacello, pure rivestito di stucco dipinto, immediatamente a nord, a margine dell'antico edificio di riunione, e in asse con l'altare del sacello romano, sorge un'esedra semicircolare, con tutt'evidenza destinata ad ospitare una statua. L'ipotesi che spiega nella maniera più convincente questa radicale trasformazione consiste nell'interpretare il tempietto (destituita d'ogni fondamento è l'attribuzione ad esso di una lastra con iscrizione dedicatoria) come luogo di culto insediato da Romani all'indomani della deduzione di coloni da parte di Scipione nel 197 a.C. (deduzione accompagnata da cospicue donazioni, come l'Apollo di Mirone posto nell'Asklepieion, e ricordato sopra), evidente sostituzione dell'“”ekklesiastérion”” collegato al vecchio ordine costituzionale, e anch'esso munito della sua carica sacrale. Sarebbe seducente supporre che il tempietto fosse dedicato al nuovo ecista Scipione, eroizzato (come a Liternum), al quale era certamente dedicato almeno l'esedra semicircolare. In ogni caso il tempietto ha il sapore di un piaculum (atto espiatorio) per la soppressione di uno spazio pubblico (o sacro) più antico. Nella fase successiva, d'età imperiale, la zona, specialmente nella parte inferiore dell'antica orchestra (ma anche sulla sommità della cavea), venne occupata da abitazioni private, di cui sono visibili alcuni ambienti decorati con mosaici..

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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